martedì 18 luglio 2017

RIFLESSIONE SULL'AMICIZIA

Io credo che, per certi versi, le amicizie siano un po' come i vestiti.

Quando si acquistano nuovi capi, quelli vecchi non vengono inspiegabilmente più messi e addirittura disprezzati, malgrado siano ancora più che dignitosi: nel momento del bisogno però, abiti acquistati in passato tornano a rivestire con graziositá chi li ha accantonati. Per una gita in montagna, ad esempio, non si indosserà un nuovissimo paio di jeans per paura che si rovini, ma dei pantaloni vecchi di tre o quattro anni (magari pagati allora anche un occhio della testa) cosí, nel caso in cui dovessero strapparsi, da poter dire: "Va be' dai, comunque ce li avevo da tanto tempo!".

Gli uomini, a mio avviso, il più delle volte si comportano in modo analogo nel momento in cui conoscono nuove persone: in un primo momento, le recenti conoscenze vengono esaltate e riempite di grandi attenzioni, a scapito di chi, invece, mesi o anni prima è stato presente soprattutto nei momenti dolorosi di chi poi li ha messi da parte; quando però si è di fronte ad un'avversità, vengono cercati proprio quegli amici di vecchia data, ormai accantonati.

Ma anche le vecchie amicizie, come i vestiti, possono scucirsi. Sì, perché gli amici fedeli non vogliono essere interpellati solo quando bisogna mettere le toppe nella quotidianità di coloro a cui si vuole bene, ma anche per infilare il primo bottone nell'asola più preziosa di tutte: la vita!

Tuttavia, se il sentimento di amicizia che lega due persone è davvero forte, non potrà mai ridursi a brandelli come un vestitino, ma sarà rinchiuso, in attesa di essere riaperto, nell'armadio più bello ed infinitamente spazioso di cui noi umani disponiamo: il cuore!

martedì 20 giugno 2017

RIFLESSIONE SULL'INVIDIA

Io credo che l'invidia sia un sentimento che spesso viene confuso.

Mi spiego meglio. A mio avviso esistono, per così dire, due tipologie di invidia: quella positiva, intesa come sinonimo di ammirazione e quella negativa, intesa come sinonimo di "rabbia".

Faccio un esempio. Marco è un ragazzo di 18 anni che milita in una modesta squadra di calcio di provincia. Egli, oltre ad essere un giocatore (un attaccante, per la precisione) dotato di gran talento, è anche assai diligente: agli allenamenti è sempre il primo ad arrivare e l'ultimo ad andare via, raramente ne salta uno e in partita dà sempre l'anima per i propri compagni. Insomma, Marco costituisce per il mister e per la squadra intera un vero e proprio esempio: per questo motivo è stato nominato anche capitano. Un bel giorno a Marco arriva la chiamata di una grande squadra, intenzionata a fargli fare un provino perché entusiasta dopo averlo visto giocare: il coronamento di un sogno. Arrivati a questo punto, cari lettori, fermiamoci un attimo. Secondo voi i compagni di Marco, vedendo che egli sta per l'appunto realizzando il suo sogno, cosa provano in questo caso? A mio avviso e senza ombra di dubbio loro saranno sì invidiosi, ma si tratta di quell'invidia intesa come sinonimo di ammirazione. Di quell'invidia che porta loro, da un lato a pensare: "Caspita, Marco è stato chiamato da una grande squadra, ma comunque se lo è meritato!"; dall'altro ad allenarsi sempre di più per far sì che, un giorno, anche loro possano essere chiamati da un'importante società.

Supponiamo invece che Marco sia completamente l'opposto di quanto appena detto: un attaccante sì bravo, ma assai lavativo e presuntuoso: agli allenamenti non va quasi mai e, quando vi si presenta, si mostra svogliato ed indisponente; in più, quando quelle poche volte gli capita di giocare, pensa a far tutto da solo ignorando i propri compagni. Un bel giorno Marco viene chiamato da una grande squadra, ma non per le qualità mostrate in campo bensì grazie al "contributo" del suo procuratore: è inutile negarlo, nel calcio succedono anche cose così. Bene. In questo caso invece, secondo voi, cosa penserebbero i compagni di Marco per il fatto che è stato contattato da una grande società? Loro, secondo me, anche qui saranno sicuramente invidiosi, ma si tratta di quell'invidia che li porta ad essere assai arrabbiati e delusi perché sanno che, in fondo, Marco non meritava manco lontanamente quella chiamata. Quell'invidia, quella rabbia che potrebbe addirittura portar alcuni di loro a pensare: "Basta, mollo tutto! Tanto s'è capito che qui va avanti solo chi ha gli agganci giusti e non i più meritevoli".

Io ho scelto il campo calcistico, ma esempi del genere possono essere fatti prendendo in considerazione qualsiasi altro ambito: scolastico, lavorativo, ecc.

Ora, l'invidia intesa come sinonimo di rabbia è indubbiamente assai dannosa: ci si farebbe solo il sangue amaro e, soprattutto, si rischierebbe di passare più tempo a chiedersi come mai certe persone vadano avanti piuttosto che a concentrarsi e ad impegnarsi per l'obiettivo che si intende raggiungere.

Per questo motivo, secondo me, in situazioni del genere bisogna pensare solo ed esclusivamente a se stessi e ad impegnarsi a dovere, non curandosi quindi di chi riesce a raggiungere i propri scopi per lo più grazie alla furbizia e alle scorciatoie.

Mi rendo conto che ciò è semplice a dirsi, è a farsi che è maledettamente complicato. Tuttavia, io sono convinto che, come dice sempre la mia mamma, "Ai furbetti può andare bene una volta, due volte, forse pure tre volte, ma prima o poi a queste persone viene presentato il conto". E sono convinto anche del fatto che, alla lunga, chi si è sempre impegnato e non ha mai mollato riuscirà ad emergere e a realizzare, finalmente, i propri sogni.

venerdì 26 maggio 2017

PICCOLO PENSIERO MATTUTINO

Per fare bene lo studio bisogna, paradossalmente, fare altrettanto bene il non studio.

Ciò significa che, dopo un tot di ore sui libri, è necessario e doveroso dedicarsi, ad esempio, ad uno sport, ad un hobby o semplicemente andare a farsi una passeggiata o una birra con un amico.

Il non studio è importante per la nostra mente, perché così ha la possibilità di riposare e di ricaricarsi affinché possa affrontare brillantemente lo studio del giorno dopo; ed è altrettanto importante per il nostro corpo, perché così può scaricare tutta la tensione accumulata dopo ore e ore di sottolineature e di schemi.

Attenzione però: il non studio non può prevalere sullo studio. Occorre il giusto equilibrio tra le due cose, altrimenti non si riesce a far bene nè l'una e nè l'altra.

Studiare è importante, molto. Nel farlo però non bisogna, mai, dimenticarsi di vivere.